FAVOLA: LA LEGGENDA DEI SEI COMPAGNI

La favola la leggenda dei sei compagni di Guido Gozzano, da leggere ai tuoi bambini e imparare la morale. Le più belle storie e racconti per bambini scritti da Guido Gozzano.

VIDEO FAVOLA
LA LEGGENDA DEI SEI COMPAGNI di GUIDO GOZZANO

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NOTIZIE SULLA VITA DI
GUIDO GOZZANO
Gozzano Guido, poeta italiano (Agliè, Torino, 1883-1916). Laureato in legge, fu esponente della corrente poetica che, per i toni nostalgici, smorzati e tenui e per l'atteggiamento malinconico di fronte alla vita, fu detta crepuscolarismo.
Di natura irrequieta e perennemene insoddisfatta, si sentiva attratto da mondi lontani, nei quali la sua anima e il suo corpo (fu colpito dalla tubercolosi) potessero ritrovare la serenità e la salute.
Fu il poeta delle «piccole cose», interprete di una sensibilità patetica e venata di triste ironia.
La sua fama è legata soprattutto alla produzione lirica, il cui linguaggio presenta, accanto alle forme classiche, espressioni e modi tratti dalla quotidianità: "La via del rifugio" (1907), "Colloqui" (1911), "Poesie" (postumo, 1973).
Ha lasciato delle impressioni intorno al suo viaggio in India e a Ceylon (1912-13), "Verso la cuna del mondo" (1917), che rivela le doti narrative dell'autore.
Della sua relazione con la poetessa A. Guglielminetti resta un epistolario, "Lettere d'amore" (pubblicato nel 1951).


 

FAVOLA LA LEGGENDA DEI SEI COMPAGNI
C'era una volta un vecchio signore, senza più fortuna, che aveva tre figli.
Il primogenito disse un giorno al padre:
- Voglio mettermi pel mondo, alla ventura.
- Sia come tu vuoi - disse il padre, - ma non posso darti più di dieci scudi.
- E' poco, ma farò che mi bastino.
Desiderio prese i dieci scudi e partì.
Giunto in città vide un uomo che gridava per le vie un bando del re.
Il re cercava chi sapesse costruirgli una nave che andasse per mare e per terra.
Ricompensa: la mano della principessa.
- Voglio tentare - disse Desiderio, e si propose al banditore.
Fu condotto alla reggia e all'indomani gli fu data un'accetta per abbattere il legno necessario all'impresa.
Lavorò tutto il mattino, e a mezzodì sedette all'ombra d'un vecchio castagno, per mangiare il suo tozzo di pane.
Una gazza lo guardava curiosa, scendendo di ramo in ramo.
Ella diceva nel suo roco cicaleccio:
- Un briciolo anche a me! Un briciolo anche a me!
E protendeva il becco verso le mani di Desiderio, supplicando.
- Lasciami in pace, bestia importuna! - gridò Desiderio impaziente.
La gazza risalì di due rami.
- Che lavoro stai facendo?
- Dei cucchiai, se ti piace! - le rispose Desiderio, beffandola.
- Cucchiai! Cucchiai! - gridò la gazza, risalendo di ramo in ramo.
E disparve.
Terminato il pasto, Desiderio si rimise all'opera, ma ad ogni colpo staccava dall'albero una scheggia in forma di rozzo cucchiaio.
E non gli riusciva di far altro.
Tentò e ritentò, poi capì di essere vittima di qualche incantesimo.
- Quella gazza dannata mi ha stregato l'accetta!
Gettò via lo stromento e fece ritorno alla casa paterna.
- Già di ritorno, figlio mio? - gli disse il padre.
- Sì.
Ho pensato che la vita con voi, nella mia casa, era preferibile a qualunque avventura.
E tacque del bando, e della gazza misteriosa.
Saturnino, il secondogenito, volle partire a sua volta.
Il padre non gli diede che cinque scudi.
Giunto in città s'incontrò col banditore e volle tentare l'impresa.
Si propose al banditore, e dopo aver lavorato tutto un mattino si sedette ai piedi del castagno centenario, sbocconcellando il suo pane.
Ed ecco la gazza scendere di ramo in ramo
- Un briciolo anche a me! Un briciolo anche a me!
- Lasciami in pace, bestia importuna!
E come la gazza si protendeva agitando le ali, Saturnino la minacciò con la mano.
La gazza risalì tra i rami.
- Che fai tu qui?
- Grucce per le tue gambe, gazza curiosa! - gli rispose il giovane beffandola.
- Grucce! Grucce per le mie gambe! - gridò l'uccello risalendo tra le fronde.
E disparve.
Quando Saturnino riprese il lavoro, ad ogni colpo che dava nel legno non riusciva che a staccarne schegge in forma di grucce minuscole.
- Eccomi segno della magia di quell'uccellaccio.
Saturnino gettò l'accetta e riprese deluso la via del ritorno.
Gentile, il terzogenito, un fanciullo pallido e taciturno, volle tentare a sua volta la sorte.
- E tu speri di vincere - disse il padre - là dove furono sconfitti i tuoi fratelli maggiori?
- Il destino può essermi benigno.
Lasciami partire.
Gentile va in città, ode il bando, si propone al banditore.
Ed eccolo nella foresta, dopo un mattino di lavoro, che sbocconcella il suo pane sotto il castagno venerando.
- Un briciolo anche a me! Un briciolo anche a me!
Alzò gli occhi e vide la gazza protesa verso di lui.
- Avrai la tua parte, povera bestiola!
E sminuzzò il pane e lo gettò sull'erba.
La gazza, mangiando, lo interrogava:
- Che stai facendo qui?
E Gentile narrò i casi suoi e il bando e il tentativo.
- Buona fortuna e bella nave! - gridò la gazza risalendo di ramo in ramo.
- Che Dio t'ascolti!
Gentile si rimise all'opera e ad ogni colpo d'accetta che dava nei tronchi, egli staccava un pezzo della nave già lavorato e scolpito per incanto.
E le varie parti s'attiravano, s'univano fra di loro come se fossero calamitate.
- Ecco l'aiuto di qualche magia favorevole! - pensava Gentile, esultando.
Prima del tramonto la nave prodigiosa era pronta, ed egli vi salì, prendendone il timone e dirigendola attraverso i campi, i fiumi, le valli, i laghi, fra lo sbigottimento dei contadini.
A mezza via incontrò un uomo che rodeva un osso.
- Che stai facendo? - gli domandò Gentile.
- Muoio di fame!
- Sali con me e avrai di che sfamarti.
E l'uomo salì sulla nave.
Poco più lungi incontrarono un altro uomo presso una fontana.
- E tu che stai facendo?
- Ho prosciugato, col bere, tutta questa sorgente, ed ora attendo che si riempia, perchè ho ancora sete.
- Sali con me e avrai di che dissetarti.
E il bevitore prodigioso salì sulla nave.
Non molto lontano incontrarono un altro individuo che aveva una pietra da macina a ciascun piede e che correva tuttavia come un daino.
- Che significa questo? - gli chiese Gentile.
- Voglio prendere una lepre che deve passare di qui.
- E tu, imbecille, ti leghi una pietra da macina alle gambe?
- Sì, perchè corro troppo in fretta, e nonostante le pietre da macina alle gambe, avanzo sempre di qualche miglio la lepre da prendere.
- Questa è buffa! Vuoi salire sulla nave con noi?
Anche il corridore insuperabile salì sulla nave.
Verso il tramonto incontrarono un altro individuo che teneva in mano un arco teso e fissava un oggetto invisibile per loro.
- Uomo dell'arco, che stai facendo?
- Prendo di mira una lepre che vedo lassù, su quella montagna.
- Tu ci vuoi beffare...
In quel momento la freccia partì e l'uomo disse:
- Ecco...
L'ho uccisa...
Ma di qui alla montagna ci sono sette miglia e temo che altri passi e se la prenda.
- Presto, Primosempre - disse Gentile - corri e vedi se la lepre è uccisa o se costui è un fanfarone...
Primosempre partì e ritornò poco dopo con la lepre.
- Sei un arciere insuperabile - disse Gentile, rivolgendosi ad Occhiofino.
- Vieni con noi e dividi le nostre avventure.
Occhiofino salì sulla nave che proseguì il cammino.
Poco dopo s'incontrarono in un altro sconosciuto, con l'orecchio applicato contro la terra.
- Che stai facendo? - gli chiese Gentile.
- Ieri ho seminato dell'avena e l'ascolto crescere...
- Che udito fine! - disse Gentile.
- Se tu vuoi, sali sulla nave; credo che sei compagni come noi possono far grandi cose.
Eccoli dunque in sei sulla nave prodigiosa: Gentile, Mangiatutto, Bevitutto, Occhiofino, Finorecchia, Primosempre.
La nave si mise in cammino e giunse trionfale in città, fra i cittadini sbigottiti e festanti.
Gentile scese dinanzi alla reggia e si presentò al Re.
- Maestà, eccovi servita.
Vostra figlia è mia.
Il Re ammirava la nave, ma gli pesava concedere la figlia a quel poveretto randagio.
- Questo non basta, figliuolo.
Prima di aver la sua mano si devono soddisfare altre prove ancora...
- Accetto le nuove prove.
- Sta bene - disse il re.
- Io ho dunque nelle mie stalle cinquanta buoi, e occorre che tu, o uno dei tuoi compagni, li mangi da solo in otto giorni.
- Tenteremo, Sire.
Gentile affidò l'impresa a Mangiatutto e quattro giorni dopo le stalle erano vuote.
Il Re era contrariato d'aver perduto la prova e le bestie.
- Non basta - disse a Gentile.
- Dopo il pasto bisogna bere; ho nelle mie cantine cinquanta botti di vino inacidito.
Tu, o uno dei tuoi compagni deve berlo da solo, in otto giorni.
- Bevitutto, questo è affar tuo.
E in otto giorni le cantine erano vuote.
- Chi è, dunque, costui e i suoi compagni? - pensava il re inquieto, e non sapeva come disfarsene.
Uno dei ministri lo consigliò.
- Maestà, voi avete nella vostra cucina un cuoco insuperabile alla corsa.
in cinque minuti va ad attingere acqua a dieci miglia di qui, e ritorna con gli otri pieni.
Proponete allo sconosciuto una gara con lui.
Il Re fece chiamare Gentile e gli propose la gara.
- Sarà fatto - rispose Gentile, e delegò la cosa a Primosempre.
All'indomani il cuoco e Primosempre partirono insieme e questi giunse assai per tempo alla fontana, con grande ira del cuoco, che si credeva insuperabile alla corsa.
Mentre si riposavano sull'erba, dopo aver riempito gli otri, il cuoco, che s'intendeva anche di magia, addormentò Primosempre col fissarlo a lungo; e partì con gli otri, dopo avergli deposte due pietruzze verdi sulle palpebre, perchè non si svegliasse.
Ma Finorecchia era in ascolto e informava gli amici di quanto accadeva lontano.
- Finorecchia, che stanno facendo?
- Il cuoco e Primosempre si sono seduti ansanti e conversano presso la fontana.
Primosempre s'addormenta, e russa forte.
Il cuoco ritorna di corsa verso la reggia.
- Occhiofino, guarda e dacci notizia.
- Il cuoco è a mezza via e Primosempre dorme supino, con due pietruzze sugli occhi.
- Prendi il tuo arco - ordinò Gentile - e togli da gli occhi di Primosempre le pietruzze malefiche, perchè si svegli.
Bada di non ferirlo!
L'arciere prodigioso tese l'arco e sbalzò le pietre dalle palpebre del compagno addormentato.
Questi si svegliò con un sussulto, prese gli otri, e partì con tale velocità che arrivò prima ancora del cuoco, fra lo stupore del Re e dei cortigiani.
- Sia dunque - disse il Re, vinto ormai.
E rivolgendosi verso Gentile: - Amo meglio aver per genero che per nemico un uomo della tua abilità.
Le nozze splendide ebbero luogo nella settimana.
E Primosempre, Mangiatutto, Bevitutto, Finorecchia, Occhiofino furono fatti ministri.
La camicia della trisavola
Un orfano detto Prataiolo, tardo e trasognato, tenuto da tutti per un mentecatto.
Prataiolo mendicava di porta in porta ed era accolto benevolmente dalle massaie e dalle fantesche, perchè tagliava il legno, attingeva al pozzo; e quelle lo compensavano con una ciotola di minestra.
Ma quando Prataiolo compì i diciott'anni, il vicinato cominciò ad accoglierlo meno bene ed a rimproverargli il suo ozioso vagabondare.
Tanto che egli decise di lasciare il paese e di mettersi pel mondo alla ventura.
Andò a salutare la sua sorella di latte, Ciclamina, e questa gli disse:
- Voglio darti una piccola cosa, per mio ricordo.
Non sono ricca e non posso fare gran che.
Aggiungerò al tuo fardello una logora camicia della mia trisavola, che era negromante.
Prataiolo non potè nascondere un sorriso di delusione.
- Non sdegnare il mio dono, o Prataiolo.
Ti sarà più utile che tu non pensi.
Ti basterà distendere la camicia per terra e comandare ciò che vorrai: e ciò che vorrai sarà fatto.
Prataiolo prese il dono, abbracciò la sorella, e partì.
Verso sera sentiva appetito e trovandosi senza provviste e senza denaro, cominciava ad inquietarsi, perchè aveva ben poca fiducia nella tela miracolosa.
Volle provare, tuttavia; la distese in terra e mormorò:
- Camicia della trisavola, vorrei un pollo arrosto!
Ed ecco disegnarsi a poco a poco l'ombra di un pollo, leggiera dapprima e trasparente, poi più densa e concreta, solida e dorata come un pollo naturale.
E un profumo delizioso si diffondeva intorno.
Prataiolo non osava toccarlo, temendo un malefizio.
Poi si chinò, lo palpò, ne strappò un'ala, la portò alla bocca.
Era un pollo autentico e squisito.
Ordinò allora una torta allo zibibbo, un piatto di pesche, una bottiglia di Cipro.
E tutto si disegnava leggiero, si concretava a poco a poco sulla camicia miracolosa.
Prataiolo mangiava tranquillo, seduto sull'erba, quando vide sulla strada maestra un mendicante che lo fissava muto e supplichevole.
- Posso offrirti, compagno?
Il vecchio non si fece pregare e divise il banchetto con lui.
Ma quando vide la comparsa meravigliosa delle portate, pregò il ragazzo di donargli la tela magica.
- Ti darò questo mio bastone in compenso.
- E che vuoi che ne faccia?
- Se tu sapessi la virtù di questo mio bastone, accetteresti con gioia.
Contiene mille piccole celle ed ogni cella racchiude un cavaliere armato e un cavallo bardato di tutto punto.
Ogni volta che avrai bisogno d'aiuto ti basterà comandare: « Fuori l'armata!».
Prataiolo aveva sempre sognato d'essere generale e non potè resistere a quella tentazione: accettò il cambio e si mise in cammino.
Ma dopo poche ore era già pentito.
- Ho fame e non ho più la mia camicia! A che può giovarmi un 'armata quando lo stomaco è vuoto?
L'appetito cresceva e per distrarsi egli puntò in terra il bastone e comandò:
- Fuori l'armata!
Ed ecco un fruscìo dal di dentro, poi aprirsi nel legno tante piccole finestre e da ogni finestra uscir fuori un cosino minuscolo come un'ape; poi crescere in pochi secondi, crescere, formare all'intorno una muraglia di cavalli scalpitanti e di cavalieri armati.
Prataiolo guardava trasognato.
- Che cosa comandate, signor generale?
Egli ebbe un'idea.
- Che mi sia riportata la camicia della trisavola!
L'armata partì di gran galoppo, sparve all'orizzonte, e poco dopo era di ritorno con la tela miracolosa.
- L'armata rientri in caserma! ...
Prataiolo puntò il bastone in terra.
Cavalli e cavalieri presero a rimpicciolire, in pochi secondi ritornarono minuscoli come api, rientrarono nelle cellette che si rinchiusero sul legno senza lasciar traccia.
Prataiolo era felice.
Riprese la via e giunse ad un mulino.
Il mugnaio era sulla soglia e suonava il flauto: la moglie e i suoi nove figli danzavano intorno.
Prataiolo sentì che avvicinandosi gli cresceva una voglia irresistibile di muover le gambe; poi fu costretto da una forza ignorata a ballare con gli altri ballerini.
Sentiva intanto la moglie del mugnaio che danzando gridava furibonda al marito:
- Basta! Basta! Uomo senza cuore! Dacci del pane invece che costringerci a ballare!
Poi rivolgendosi a Prataiolo che ballava con loro:
- Vedete? Questo mascalzone di marito, quando lo si prega di sfamarci, prende il suo flauto dannato e ci costringe a ballare!
Il mugnaio, quando gli piacque, smise di suonare e la moglie, i figli, Prataiolo caddero sfiniti dalla ridda vertiginosa.
Prataiolo, riprese le forze, distese la camicia della trisavola e comandò un pranzo magnifico.
Invitò il mugnaio e la sua famiglia sbigottita a dividere il pasto.
Quelli non si fecero pregare, e giunti alle frutta il mugnaio disse:
- Cedimi la camicia ed io ti do il mio flauto.
Prataiolo accettò il cambio, già sicuro di ciò che doveva fare poco dopo.
Giunto, infatti, a dieci miglia dal paese, spedì i mille cavalieri che gli riportarono la tela.
- Ed eccomi ora possessore della camicia, del bastone, del flauto magico...
Non posso desiderare di più.
Arrivò verso sera in una città e vide grandi annunci a vivi colori.
Si accordava la mano della figlia del Re a chi sapeva guarirla della sua insanabile malinconia.
Prataiolo si presentò subito alla Reggia.
Il Re dava quella sera un banchetto di gala agli ambasciatori del Gran Sultano, ma, udita la profferta dello sconosciuto, lo fece passare all'istante.
Prataiolo entrò nella sala immensa, e fu abbagliato dallo sfolgorio degli ori e delle gemme.
Sedevano a mensa più di cinquecento persone, con a capo il Re, la Regina e la Principessa, bella ed assorta, pallida come un giglio.
Prataiolo fece legare da un servo le gambe della Principessa, senza che i commensali se n'avvedessero, poi si rifugiò in un angolo e cominciò le prime note.
Ed ecco un agitarsi improvviso fra i commensali, un fremere di gambe e di ginocchia...
Poi tutti s'alzano d'improvviso, scostano le sedie, cominciano a ballare guardandosi l'un l'altro, spaventati.
Principi, baroni, ambasciatori panciuti, baronesse pingui e venerabili, servi e coppieri, e financo i veltri, i pavoni, i fagiani farciti nei piatti d'oro, tutti si animarono, cominciarono a ballare la danza irresistibile.
- Basta! Basta! Per pietà! - gridavano i più vecchi e i più pingui.
- Avanti! Avanti ancora! - dicevano i più giovani, tenendosi per mano.
La Principessa, legata alla sua sedia, tentava anch'essa d'alzarsi e guardava gli altri, e rideva giubilante.
Quando piacque a Prataiolo, il suono cessò e i cinquecento ballerini caddero sfiniti sulle sedie e sui tappeti, le dame senza scarpette e senza parrucca.
La Principessa rise per un'ora e quando potè parlare disse al Re:
- Padre mio, costui mi ha risanata ed io sono la sua sposa.
Il Re acconsentì, ma Prataiolo esitava.
- Ho lasciata al paese la mia sorella di latte, bella come il sole e alla quale devo la mia fortuna; vorrei farvela conoscere.
- Partite, dunque, e portatela fra noi - dissero i commensali.
I mille cavalieri comparvero, occupando la sala immensa, fra lo stupore generale.
- Mi sia portata Ciclamina, la mia piccola sorella -.
E l'armata attraversò la Reggia, le sale, gli scaloni, con gran fragore.
Poco dopo era di ritorno con la sorella Ciclamina.
La fanciulla fu trovata così bella, che un ambasciatore se ne innamorò all'istante.
E in uno stesso giorno furono celebrate le doppie nozze.
La cavallina del negromante
C'era una volta un pover'uomo rimasto vedovo, con un figlio chiamato Candido; egli possedeva per tutta fortuna un campicello e tre buoi.
Candido, che era un bimbo sveglio e intelligente, giunti agli otto anni disse al padre:
- Vorrei andare a scuola...
- Non ho danaro sufficiente, figlio mio!
- Vendete uno dei buoi.
Il padre restò pensoso, poi si decise.
Alla fiera seguente vendette uno dei buoi e col danaro ricavato mandò Candido alla scuola.
Candido imparava rapidamente e i maestri erano sbigottiti della sua intelligenza.
Quando seppe leggere e scrivere, decise di mettersi pel mondo alla ventura.
Si vestì d'un abito nero da un lato, bianco dall'altro e si mise in cammino.
Per via incontrò un signore a cavallo:
- Dove vai, ragazzo mio?
- A cercar lavoro.
- Sai leggere?
- Leggere e scrivere.
- Allora non fai per me e il signore proseguì la via.
Candido restò sbigottito, poi si tolse l'abito, lo vestì a rovescio, corse attraverso i campi fino a trovarsi una seconda volta sulla strada dello sconosciuto; questi non lo riconobbe:
- Dove vai, ragazzo mio?
- A cercar lavoro.
- Sai leggere?
- Nè leggere nè scrivere.
- Sta bene.
Sali in groppa, dietro di me.
Candido salì sul cavallo dello sconosciuto e dopo molti giorni di cammino giunsero ad un castello circondato da mura altissime.
Nessuno venne a riceverli; discesero nel cortile deserto e il signore condusse egli stesso il suo cavallo alla scuderia; poi disse a Candido:
- Non vedrai qui dentro persona viva; ma non t'inquietare; avrai ogni cosa che ti talenta e un lauto stipendio.
- Quali sono le mie incombenze, signoria?
- Dovrai aver cura dei cavalli che ho nelle mie scuderie, non altro.
Oggi devo partire per un viaggio lunghissimo, e non ritornerò che fra un anno e un giorno: il mio castello è nelle tue mani.
Addio!
Il barone partì.
Candido, rimasto solo, curava diligentemente i cavalli.
Quattro volte al giorno trovava la mensa imbandita nella vasta sala da pranzo, senza mai vedere anima viva nè udir voce umana; mangiava, beveva, passeggiava per le sale e pel parco.
Un giorno vide tra gli alberi trasparire una veste azzurra: era una fanciulla bellissima che fuggiva verso le scuderie.
Candido la raggiunse e la principessa si rivolse a lui con volto supplichevole.
- Sono uno dei cavalli che voi avete in custodia: un pomellato bianco, il terzo a destra di chi entra.
Sono figlia del Re di Corelandia e il barone negromante m'ha cangiata in cavallo perchè non lo volli per marito...
Se il barone, al suo ritorno, sarà contento dei vostri servigi, per ricompensarvi vi dirà di scegliere uno dei cavalli; e voi scegliete me, non avrete a pentirvene.
Candido promise e si diede a leggere i libri del barone e apprese i segreti della negromanzia.
Dopo un anno il barone era di ritorno al castello.
- Sono soddisfatto dei tuoi servigi, e poichè l'anno è passato, eccoti una borsa di monete d'oro.
Vieni nelle scuderie, dove potrai sceglierti un cavallo pel tuo ritorno al paese.
Scesero nelle scuderie e Candido, dopo aver finto qualche esitazione, indicò il pomellato bianco.
- Scelgo quello.
- Come? Quella rozza? Non sei veramente buon intenditore; guarda i magnifici cavalli che le son vicini!
- Mi piace quella e non ne voglio altri.
- Sia pure disse il barone; e pensò: «Servo scaltro! Deve conoscere il mio segreto; ma lo saprò raggiungere a mezza via!».
Candido prese la cavallina pomellata e partì.
Appena fuori del castello, essa riapparve nelle forme della principessa.
- Grazie, amico mio.
Ritorna presso tuo padre, ed io ritorno alla Corte di Corelandia, dove tu dovrai trovarti fra un anno e un giorno.
E disparve.
Candido si diresse al paese natìo.
Giunse dopo molti giorni alla capanna e si gettò nelle braccia del padre, che stentava a riconoscerlo.
- Siamo ricchi, padre mio, e bisogna goderci il nostro danaro!
E gli presentò la borsa e incominciarono pei due giorni di felicità ed agiatezza.
Ma, poichè tutto ha una fine, anche il gruzzolo giunse all'ultimo scudo.
- Figlio mio, siamo ritornati alla miseria di prima!
Non inquietatevi! Domattina andremo alla fiera per vendere un magnifico cavallo.
- Un cavallo? Dove lo posso prendere?
- Poco importa: domattina l'avrete e ne riceverete trecento scudi; ma badate di non cedere la briglia al compratore.
- La briglia si cede con la bestia - osservò il vecchio .
- Non lasciate la briglia, vi ripeto, o mi esporrete ad un pericolo irreparabile.
- Sta bene, la riporterò a casa, benchè non sia costume.
All'indomani il vecchio udì nitrire alla porta e vi trovò un magnifico cavallo; ma cercò invano suo figlio perchè l'accompagnasse:
«Mi avrà forse già preceduto al mercato».
E si mise in cammino.
Giunto in paese non trovò suo figlio e fu circondato subito dai compratori.
- Bello il vostro cavallo.
Quanto volete?
- Trecento scudi e la briglia per me.
- Facciamo duecentocinquanta.
- Non cedo d'un soldo!
S'avanzò un mercante sconosciuto dai capelli rossi e dagli occhi di brace (era il barone travestito) che fece l'offerta:
- E' caro.
Ma la bestia mi piace e non mercanteggio.
Datemi la briglia ch'io lo possa condurre.
- La briglia non la cedo a nessun patto.
- Allora non ne facciamo nulla.
E lo sconosciuto s'allontanò minaccioso.
Il cavallo fu venduto a un carrettiere che non pretese la briglia; condusse la bestia per la criniera e la chiuse con altri cavalli nella sua scuderia.
Ma all'alba il cavallo non c'era più.
Era Candido che, grazie ai segreti appresi nei libri magici, s'era trasformato in cavallo, poi in uomo ancora, per ritornarsene dal padre.
Padre e figlio godettero i trecento scudi e vissero lieti per molti giorni.
Giunti all'ultima moneta, Candido disse:
- Non c'è più danaro.
L'altra volta mi trasformai in cavallo nero, domattina mi trasformerò in cavallo bianco e mi porterete al mercato; ma badate bene di non cedere la briglia, o tutto è finito per me.
All'alba il vecchio sentì nitrire nel cortile, e vide un cavallo bellissimo, candido come la neve.
Lo prese per la briglia e si diresse al mercato.
I compratori circondarono la bestia; s'avanzò il mercante sconosciuto, dai capelli rossi e dagli occhi fiammeggianti.
- Bella bestia, la vostra; quanto volete?
- Cinquecento scudi.
- Sono troppi.
Ma ve li do.
Lasciatemela prima provare.
E lo sconosciuto salì in sella, cacciò gli speroni nei fianchi della bestia che fuggì di galoppo, lasciando il povero vecchio senza cavallo e senza briglia.
Giunto dinanzi a un maniscalco lo sconosciuto scese di groppa, entrò nella fucina:
- Maniscalco, il mio cavallo non è ferrato.
Fategli all'istante quattro ferri di quattrocento libbre ciascuno.
- Quattrocento libbre? Voi scherzate, signore!
- Non scherzo, eseguite senza commenti e sarete ben pagato.
Mentre il barone e l'uomo parlavano, il cavallo era stato legato ad un anello del muro.
Alcuni bimbi gli furono intorno e presero a tormentarlo.
- Staccatemi, bambini belli!
- Un cavallo che parla! e i piccoli esultarono di gioia.
- Che dice dunque?
- Dice di staccarlo.
- Sì, staccatemi, bambini, e vi divertirò con un bel giuoco.
Il più alto e il più audace staccò il cavallo, che si convertì subito in lepre e disparve nei campi.
Il barone uscì dalla fucina col maniscalco.
- Dov'è il mio cavallo?
- S'è mutato in lepre ed è fuggito attraverso i campi.
Il barone negromante si mutò in cane e si precipitò sulle sue tracce.
Candido, incalzato da presso, si mutò in airone e il negromante lo seguì nell'aria sotto forma d'uno sparviero, e giunsero così nella capitale della Corelandia; lo sparviero stava per ghermire l'airone quando questo si mutò in un anello e infilò il dito della principessa che sospirava alla finestra del castello.
Il negromante riprese la sua forma umana e si presentò a palazzo per offrire le sue cure al Re, che era sofferente d'un morbo insanabile.
- Prometto di guarirvi, Sire; ma ad un patto.
- Domandate e qualsiasi pretesa vostra sarà appagata.
- Voglio l'anello d'oro che porta in dito vostra figlia.
- Questo soltanto, volete? Io son disposto a ben altro!
- Non domando altro, Maestà.
Intanto la principessa aveva chiuse le finestre e stava togliendosi gli anelli; quando si tolse quello d'oro le apparve Candido sorridente.
- Oh Candido! Come siete qui?
Candido narrò i casi suoi:
- Il negromante è nel castello ed ha promesso a vostro padre di guarirlo a patto gli sia dato il vostro anello; voi acconsentite, ma nell'atto di passarlo al dito del negromante, lasciatelo cadere in terra e tutto sarà per il meglio.
La principessa promise.
All'indomani il vecchio Re fece chiamare la figlia nella sala del trono e le presentò il negromante travestito da medico.
- Figlia mia, questo medico famoso non domanda, per rendermi la salute, che il tuo anello d'oro.
- Acconsento - disse la principessa, e fece atto di passare l'anello al dito del negromante, ma lo lasciò cadere ad arte sul pavimento.
L'anello si cangiò in fava e il negromante in gallo, per inghiottirla, ma la fava si cangiò in volpe e divorò il gallo.
Candido riprese la sua forma di prima, dinanzi a tutta la Corte sbigottita del prodigio.
La principessa presentò al padre il suo liberatore e quel giorno stesso furono celebrate le nozze.
Nevina e Fiordaprile
Una principessa chiamata Nevina che viveva sola col padre Gennaio.Lassù, nel candore perpetuo, abbagliante, inaccessibile agli uomini, il Re Gennaio preparava la neve con una chimica nota a lui solo; Nevina la modellava su piccole forme tolte dagli astri e dagli edelweiss, poi, quando la cornucopia era piena, la vuotava secondo il comando del padre ai quattro punti dell'orizzonte.
E la neve si diffondeva sul mondo.
Nevina era pallida e diafana, bella come le dee che non sono più: le sue chiome erano appena bionde, d'un biondo imitato dalla Stella Polare, il suo volto, le sue mani avevano il candore della neve non ancora caduta, l'occhio era cerulo come l'azzurro dei ghiacciai.
Nevina era triste.
Nelle ore di tregua, quando la notte era serena e stellata e il padre Gennaio sospendeva l'opera per dormire nell'immensa barba fluente, Nevina s'appoggiava ai balaustri di ghiaccio, chiudeva il mento tra le mani e fissava l'orizzonte lontano, sognando.
Una rondine ferita che valicava le montagne, per recarsi nelle terre del sole, era caduta nelle sue mani, che avevano tentato invano di confortarla; nei brividi dell'agonia la rondine aveva delirato, sospirando il mare, i fiori, i palmizi, la primavera senza fine.
E Nevina da quel giorno sognava le terre non viste.
Una notte decise di partire.
Passò cauta sulla barba fluente di Gennaio, lasciò il ghiaccio e la neve eterna, prese la via della valle, si trovò fra gli abeti.
Gli gnomi che la vedevano passare diafana, fosforescente nelle tenebre della foresta, interrompevano le danze, sostavano cavalcioni sui rami, fissandola con occhi curiosi e ridarelli.
- Nevina!
- Nevina! Dove vai?
- Nevina, danza con noi!
- Nevina, non ci lasciare!
E gli Spiritelli benigni le facevano ressa intorno, tentavano di arrestarle il passo abbracciandole con tutta forza la caviglia, cercavano di imprigionarle i piedi leggeri entro rami d'edera e di felce morta.
Nevina sorrideva, sorda ai richiami affettuosi, toglieva dalla cornucopia d'argento una falda di neve, la diffondeva intorno, liberandosi dei piccoli compagni di gioco.
E proseguiva il cammino diafana, silenziosa, leggera come le dee che non sono più.
Giunse a valle, fu sulla grande strada.
L'aria si mitigava.
Un senso d'affanno opprimeva il cuore di Nevina; per respirare toglieva dalla cornucopia una falda di neve, la diffondeva intorno, ritrovava le forze e il respiro nell'aria fatta gelida subitamente.
Proseguì rapida, percorse gran tratto di strada.
Ad un crocevia sostò in estasi, con gli occhi abbagliati.
Le si apriva dinnanzi uno spazio ignoto, una distesa azzurra e senza fine, come un altro cielo tolto alla volta celeste, disteso in terra, trattenuto, agitato ai lembi da mani invisibili.
Nevina proseguì sbigottita.
La terra intorno mutava.
Anemoni, garofani, mimose, violette, reseda, narcisi, giacinti, giunchiglie, gelsomini, tuberose, fin dove l'occhio giungeva, dal colle al mare, mal frenati dai muri e dalle siepi dei giardini, i fiori straripavano come un fiume di petali dove emergevano le case e gli alberi.
Gli ulivi distendevano il loro velo d'argento, i palmizi svettavano diritti, eccelsi come dardi scagliati nell'azzurro.
Nevina volgeva gli occhi estasiati sulle cose mai viste, dimenticava di diffondere la neve; poi l'affanno la riprendeva, toglieva una falda, si formava intorno una zona di fiocchi candidi e d'aria gelida che le ridava il respiro.
E i fiori, gli ulivi, le palme guardavano pur essi con meraviglia la giovinetta diafana che trasvolava in un turbine niveo e rabbrividivano al suo passaggio.
Un giovane bellissimo, dal giustacuore verde e violetto, apparve innanzi a Nevina, fissandola con occhi inquieti, vietandole il passo:
- Chi sei?
- Nevina sono.
Figlia di Gennaio.
- Ma non sai, dunque, che questo non è il regno di tuo padre? Io sono Fiordaprile, e non t'è lecito avanzare sulle mie terre.
Ritorna al tuo ghiacciaio, pel bene tuo e pel mio!
Nevina fissava il principe con occhi tanto supplici e dolci che Fiordaprile si sentì commosso.
- Fiordaprile, lasciami avanzare! Mi fermerò poco.
Voglio toccare quella neve azzurra, verde, rossa, violetta che chiamate fiori, voglio immergere le mie dita in quel cielo capovolto che è il mare!
Fiordaprile la guardò sorridendo; assentì col capo:
- Andiamo, dunque.
Ti farò vedere tutto il mio regno.
Proseguirono insieme, tenendosi per mano, fissandosi negli occhi, estasiati e felici.
Ma via via che Nevina avanzava, una zona bigia offuscava l'azzurro del cielo, un turbine di fiocchi candidi copriva i giardini meravigliosi.
Passarono in un villaggio festante; contadini e contadine danzavano sotto i mandorli in fiore.
Nevina volle che Fiordaprile la facesse danzare: entrarono in ballo; ma la brigata si disperse con un brivido, i suoni cessarono, l'aria si fece di gelo; e dal cielo fatto bigio cominciarono a scendere, con la neve odorosa dei mandorli, i petali gelidi della neve, la vera neve che Nevina diffondeva al suo passaggio.
I due dovettero fuggire tra le querele irose della brigata.
Giunti poco lungi, volsero il capo e videro il paese di nuovo festante sotto il cielo rifatto sereno...
- Nevina, ti voglio sposare!
- I tuoi sudditi non vorranno una regina che diffonde il gelo.
- Non importa.
La mia volontà sarà fatta.
Avanzarono ancora, tenendosi per mano, fissandosi negli occhi, immemori e felici...
Ma ad un tratto Nevina s 'arrestò coprendosi di un pallore più diafano.
- Fiordaprile! Fiordaprile! ...
Non ho più neve!
E tentava con le dita - invano - il fondo della cornucopia.
- Fiordaprile! ...
Mi sento morire! ..
.
Portami al confine...
Fiordaprile!...
Non reggo più!...
Nevina si piegava, veniva meno.
Fiordaprile tentò di sorreggerla, la prese fra le braccia, la portò di peso, correndo verso la valle.
- Nevina! Nevina!
Nevina non rispondeva.
Si faceva diafana più ancora.
Il suo volto prendeva la trasparenza iridata della bolla che sta per dileguare.
- Nevina! Rispondi!
Fiordaprile la coprì col mantello di seta per difenderla dal sole ardente, proseguì correndo, arrivò nella valle, per affidarla al vento di tramontana.
Ma quando sollevò il mantello Nevina non c'era più.
Fiordaprile si guardò intorno smarrito, pallido, tremante.
Dov'era? L'aveva perduta per via? Alzò le mani al volto, in atto disperato; poi il suo sguardo s'illuminò.
Vide Nevina dall'altra parte della valle che salutava con la mano protesa in un addio sorridente.
Un suo vecchio precettore, il vento di tramontana, la sospingeva pei sentieri nevosi, verso il ghiaccio eterno, verso il regno inaccessibile del padre Gennaio.


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